Il Consiglio di Quartiere n. 6 – Piediripa si è riunito mercoledì 15 aprile presso il Circolo ACLI “Spazio Libero” per affrontare un ordine del giorno ricco di temi dedicati alla vita sociale e comunitaria del quartiere. Tutti i punti sono stati approvati all’unanimità.
Uno dei momenti centrali della seduta è stata l’approvazione della proposta per la realizzazione di una panchina rossa contro la violenza sulle donne, iniziativa presentata dalla consigliera Gabriella Vergari nell’ambito delle attività del Consiglio Comunale delle Donne. Il progetto rappresenta un segnale simbolico e concreto di sensibilizzazione su un tema che coinvolge l’intera comunità.
Approvata anche l’organizzazione della Festa di inizio estate di quartiere, che tornerà a essere un’occasione di socialità, partecipazione e incontro tra residenti, associazioni e famiglie.
Durante la seduta sono state inoltre presentate le attività del nuovo ciclo di incontri socio‑culturali rivolti alla cittadinanza. Il primo appuntamento, dedicato allo sviluppo dell’autostima nei bambini e nei ragazzi, si è svolto ieri con una buona partecipazione. I prossimi incontri, come da programma, affronteranno i temi delle dipendenze giovanili e del decadimento cognitivo nell’anziano.
La Coordinatrice del Consiglio di Quartiere n. 6 Piediripa
Sofia Blarasin
Il nuovo ponte di Piediripa rappresenta senza dubbio un’opera strategica e molto attesa. Per anni cittadini, lavoratori e imprese hanno convissuto con criticità evidenti legate alla viabilità, e oggi finalmente si compie un passo concreto nella direzione giusta: migliorare l’accesso alla città e rendere più fluido il traffico in uno dei punti nevralgici del territorio.
Tuttavia, ritengo che proprio la rilevanza di questo intervento imponga una riflessione più ampia. Un’infrastruttura di questo tipo non può essere considerata isolatamente: il suo valore reale dipenderà dalla capacità di inserirla in un sistema complessivo di mobilità moderno ed efficiente. Per questo è fondamentale accompagnare il nuovo ponte con interventi mirati su rotatorie, innesti e gestione dei flussi di traffico, così da evitare il rischio di creare nuovi colli di bottiglia e vanificare, almeno in parte, i benefici attesi.
Accanto a questo, non possiamo dimenticare la rete stradale esistente. La qualità della viabilità non si misura solo sulle grandi opere, ma anche sull’attenzione ai dettagli e alle criticità quotidiane. Penso, ad esempio, al tema dell’illuminazione in alcune zone di Piediripa, come Borgo Piediripa e l’area della Peschiera, in prossimità di quello che sarà il nuovo Mercato Ortofrutticolo. Una maggiore visibilità non è solo una questione tecnica, ma incide direttamente sulla sicurezza percepita e sulla qualità della circolazione.
Allo stesso modo, è necessario intervenire con decisione sui punti più sensibili del quartiere. L’incrocio di fronte alle Poste, Borgo Piediripa, la Carrareccia e la zona della Peschiera sono aree in cui traffico e velocità rappresentano criticità segnalate da tempo. Qui servono soluzioni concrete, coerenti con il nuovo assetto viario, capaci di garantire maggiore sicurezza per automobilisti, pedoni e residenti.
In questa prospettiva, diventa altrettanto importante programmare il rifacimento di alcune arterie secondarie e dei marciapiedi, oggi in parte deteriorati. Anche questi interventi contribuiscono a costruire una viabilità più ordinata, sicura e accessibile, migliorando la qualità della vita di chi vive quotidianamente il quartiere.
L’obiettivo, a mio avviso, deve essere chiaro: il ponte di Piediripa non deve essere considerato un punto di arrivo, ma il perno attorno al quale costruire un sistema di mobilità più moderno, efficiente e sicuro. Solo così questa opera potrà esprimere pienamente il suo potenziale e contribuire davvero alla crescita e alla vivibilità complessiva di Piediripa.
Le Marche si confermano uno dei territori più avanzati nella sperimentazione della riforma sulla disabilità prevista dal D.Lgs. 62/2024, grazie all’ingresso di Ancona e Ascoli Piceno tra le 40 nuove province coinvolte a livello nazionale. Un ampliamento che rafforza il ruolo della regione come hub strategico per l’attuazione del nuovo modello di valutazione e presa in carico, fondato sul “Progetto di Vita”.
In questo scenario in rapida evoluzione, Codici Marche e l’Associazione Praxis annunciano una collaborazione strutturata per accompagnare la transizione, monitorare l’impatto della riforma e garantire supporto tecnico agli operatori socio-sanitari.
La provincia di Macerata, prima in Italia ad avviare la sperimentazione (30 settembre 2025), è già al centro di un dialogo operativo. Codici Marche ha incontrato il Direttore Socio-Sanitario dell’AST, Massimiliano Cannas, illustrando criticità potenziali e opportunità legate alla formazione del personale.
L’associazione ha espresso apprezzamento per l’apertura della Direzione verso le istanze della società civile e per la disponibilità a valutare soluzioni condivise che garantiscano la sostenibilità della riforma, soprattutto nella fase iniziale di implementazione.
Il decreto introduce un passaggio culturale decisivo: superare la logica puramente medica per adottare una valutazione multidimensionale, centrata sulla persona e sui suoi obiettivi di vita.
A sottolinearlo è il Prof. Paolo Scapellato, direttore di Praxis, che richiama la portata etica e tecnica della riforma:
«Non è un semplice adempimento burocratico, ma una sfida che impone di riscrivere il linguaggio della cura. Il nostro obiettivo è fornire agli operatori strumenti scientifici per trasformare il “Budget di Progetto” da concetto astratto a realtà concreta, senza sacrificare la qualità della vita delle persone con disabilità».
Praxis metterà a disposizione competenze specialistiche per la formazione prevista dall’Art. 32 del decreto, con l’ambizione di contribuire a definire standard regionali replicabili a livello nazionale.
Dal 1° marzo 2026, con l’ingresso di Ancona e Ascoli Piceno nella sperimentazione, l’azione di Codici Marche si estenderà a tutta la regione. Tre gli assi principali:
- Tutela dei diritti: vigilanza sulle nuove procedure INPS per evitare ritardi e disservizi nella fase di transizione.
- Supporto tecnico: formazione del personale e accompagnamento operativo grazie alle competenze di Praxis.
- Vigilanza civica: monitoraggio sull’applicazione del “Budget di Progetto”, affinché rispecchi realmente desideri e aspirazioni delle persone coinvolte.
Un impegno che, nelle parole del segretario di Codici Marche, Massimo Guido Conte, assume un valore sociale e istituzionale:
«Siamo pronti a fare da ponte tra le istituzioni e le famiglie. Le Marche hanno l’opportunità storica di interpretare al meglio lo spirito della riforma. Metteremo in campo ogni risorsa tecnica e sociale affinché nessuno venga lasciato indietro in questa delicata fase di transizione».
di Andrea Blarasin
Musicultura è una delle realtà più significative del nostro territorio. Da oltre vent’anni porta a Macerata migliaia di persone, genera economia, dà lavoro a tante professionalità e promuove la città in tutta Italia. È un patrimonio che non può essere messo in discussione.
Il Festival non è solo un momento culturale: è un vero motore turistico. Riempie alberghi, ristoranti, bar, attività commerciali, servizi e crea una ricaduta economica immediata e concreta. Quando Musicultura è in città, Macerata vive, si muove, lavora di più.
La visibilità che garantisce è enorme. Grazie all’accordo con Radio Rai e Rai Tv, lo Sferisterio, Macerata e l’intera Regione Marche entrano nelle case di milioni di italiani. È una promozione nazionale autorevole che valorizza la nostra identità e il nostro territorio in modo unico.
Per questo ritengo necessario e urgente confermare senza esitazioni il sostegno a Musicultura. Le prossime edizioni devono poter essere programmate con continuità e stabilità. Un progetto così grande non può essere lasciato nell’incertezza.
In questo quadro, il rinnovo della convenzione da parte sia del Comune che della Regione Marche rappresenta un passaggio indispensabile per garantire certezza, continuità e programmazione al Festival.
Musicultura è parte della nostra identità culturale e cittadina. È un elemento che ha contribuito a raccontare Macerata in Italia, a costruirne l’immagine, a rafforzarne l’anima artistica e la vivacità sociale. Non è semplicemente un evento: è un patrimonio che appartiene alla comunità e che deve continuare a vivere qui, a Macerata, dove è nato e dove ha costruito la sua storia.
Come Presidente della Terza Commissione e consigliere comunale confermo il mio impegno per garantirle continuità, sostegno e visione perché Macerata cresce anche grazie a Musicultura. E noi abbiamo il dovere di proteggerla.
Tre bambini strappati ai genitori che avevano scelto di crescere in natura. Un provvedimento ingiusto e disumano. La madre li accompagna in comunità.
Palmoli (Chieti) – La vicenda della famiglia anglo‑australiana che aveva scelto di vivere in un casolare nei boschi abruzzesi è diventata un caso nazionale. Tre bambini, cresciuti in un ambiente naturale e protetto dall’amore dei genitori, sono stati allontanati con un provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila.
Una scelta che non può che lasciare sgomenti. Non si parla di maltrattamenti, né di carenze alimentari o educative: si parla di uno stile di vita diverso, alternativo, che oggi viene punito come se fosse un reato. In nome di una presunta “vita di relazione” si è deciso di spezzare un nucleo familiare, infliggendo ai bambini il trauma più grande: essere strappati ai propri genitori.
È un atto che appare ignobile e sproporzionato, perché colpisce non un abuso ma una scelta di libertà. Lo Stato dovrebbe garantire il diritto di ogni famiglia a vivere secondo i propri valori, finché non vi siano danni reali e comprovati. Qui invece si è scelto di colpire chi ha avuto il coraggio di vivere fuori dagli schemi, in armonia con la natura.
La vicenda solleva una domanda che non può restare senza risposta: fino a che punto le istituzioni possono spingersi nel limitare la libertà delle famiglie? E chi protegge i bambini dal trauma di essere separati dai genitori senza una ragione concreta?
Questa vicenda non è solo una pagina dolorosa per una famiglia, ma un segnale inquietante per tutti. Quando lo Stato arriva a strappare dei bambini ai propri genitori non per maltrattamenti o abbandono, ma per una scelta di vita diversa, siamo di fronte a un abuso che mina le basi della libertà individuale. Non si tratta di difendere un capriccio, ma di tutelare il diritto di una famiglia a crescere i propri figli secondo valori e stili di vita che non arrecano alcun danno.
Il trauma inflitto ai bambini è incalcolabile: privati della loro casa, del loro bosco, del padre, e costretti a vivere in una comunità che non hanno scelto. È un dolore che resterà inciso nella loro memoria e che nessuna giustificazione burocratica potrà cancellare.
La politica e le istituzioni dovrebbero garantire sostegno, non punizione. Dovrebbero accompagnare chi sceglie strade alternative, non criminalizzarlo. Invece qui si è scelto di colpire con la forza chi ha avuto il coraggio di vivere fuori dagli schemi.
È un provvedimento che grida ingiustizia e che deve essere denunciato con forza. Perché se oggi può accadere a questa famiglia, domani può accadere a chiunque decida di non conformarsi. La libertà non è un privilegio da concedere a discrezione, è un diritto da difendere sempre.
di Andrea Blarasin
Ci sono notizie che gelano il sangue e che non possono essere archiviate come semplici “curiosità giudiziarie”. L’indagine aperta dalla Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” italiani che, tra il 1992 e il 1996, avrebbero partecipato a un macabro turismo dell’orrore in Bosnia, è una di queste.
Secondo le testimonianze raccolte, uomini benestanti del Nord Italia – insieme ad altri stranieri – avrebbero pagato cifre enormi per recarsi a Sarajevo e sparare sui civili inermi. Un vero e proprio safari della morte, con un tariffario agghiacciante: i bambini “più cari”, gli anziani “gratis”.
Una contabilità agghiacciante che, se confermata, rappresenterebbe la putrefazione morale di chi ha scelto di comprare il diritto di uccidere civili inermi.
Non sarebbero turisti, non curiosi, non avventurieri. Sarebbero i peggiori criminali. E come tali dovrebbero essere ricordati, giudicati, condannati. Non ci sarebbe prescrizione, non ci sarebbe oblio, non ci sarebbe attenuante che possa lavare via un simile abisso di disumanità.
Se l’inchiesta confermasse queste atrocità, l’Italia – trent’anni dopo quei fatti – dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia questa vergogna. Non basterebbe indignarsi: bisognerebbe gridare che questi individui avrebbero tradito ogni valore umano, infangato il nome del nostro Paese e calpestato la memoria delle oltre 11.000 vittime di Sarajevo.
Sembra un incubo, ma se tutto ciò fosse vero, chi avrebbe pagato per uccidere civili innocenti tra il 1992 e il 1996 rappresenterebbe il simbolo della decomposizione morale. Non ci sarebbe perdono, non ci sarebbe attenuante, non ci sarebbe silenzio che possa coprire questa mostruosità. La giustizia dovrebbe parlare oggi, nel 2025, e la memoria urlare. Perché l’orrore non si compra, la dignità non si baratta, la vergogna non si cancella.
di Andrea Blarasin
Il 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia, veniva ritrovato il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini. Cinquant’anni dopo, la sua morte resta un enigma. Ma forse la vera domanda non è chi lo ha ucciso.
È: perché lo abbiamo lasciato solo?
Pasolini fu assassinato brutalmente: percosso, travolto dalla sua stessa auto, abbandonato in una notte di fango e silenzio. Giuseppe “Pino” Pelosi, un ragazzo di 17 anni, si dichiarò colpevole. Ma nel 2005 ritrattò: “Non sono stato io. Erano in tre. Mi dissero di stare zitto.” Da allora, l’ipotesi dell’omicidio politico non ha mai smesso di aleggiare.
Il suo corpo raccontava una storia diversa da quella processuale: segni di violenza multipla, ferite incompatibili con un solo aggressore. Un’esecuzione? Una punizione? Un messaggio?
Pasolini stava scrivendo Petrolio, un romanzo incompiuto e visionario. Un testo che mescolava sesso, potere, ENI, politica, religione. Un’opera che, secondo alcuni, conteneva rivelazioni troppo scomode per essere pubblicate. Petrolio è ancora oggi un libro che brucia tra le mani, un labirinto di verità e finzione che inquieta chiunque lo legga.
Con film come Accattone, Mamma Roma, Il Vangelo secondo Matteo e Salò o le 120 giornate di Sodoma, Pasolini ha riscritto il linguaggio del cinema. Ha dato voce agli ultimi, ha sacralizzato i corpi, ha denunciato la violenza del potere. Salò, il suo ultimo film, è ancora oggi uno dei più censurati e discussi della storia del cinema.
Pasolini fu un intellettuale scomodo. Denunciava l’omologazione culturale, il consumismo come nuova forma di fascismo, la televisione come strumento di controllo. Scriveva articoli che erano pugni nello stomaco, raccolti in Scritti corsari e Lettere luterane. Odiava la sinistra che aveva smesso di essere popolare, la scuola che non educava, la modernità che distruggeva le culture contadine.
“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede.” — Corriere della Sera, 14 novembre 1974
Oggi Pasolini è celebrato, citato, incorniciato. Ma chi ha davvero il coraggio di leggerlo? Di affrontare le sue domande? Di guardare in faccia il potere, il conformismo, la violenza che ci attraversa?
Pasolini non è un santino. È una bomba inesplosa. È la voce che ci dice ciò che non vogliamo sentire. È il poeta che sapeva troppo. E che per questo è stato lasciato solo.
Cinquant’anni dopo, Pasolini non riposa in pace. Perché la sua voce continua a disturbare. E noi continuiamo a non volerla ascoltare.

Immagine creata da AI
di Andrea Blarasin
In un tempo che corre veloce, dove l’immediatezza spesso ruba spazio alla riflessione, ci sono parole che meritano di essere custodite. “Comunità” è una di queste. Un termine semplice, ma che porta con sé un peso specifico enorme. Non è solo un luogo geografico, non è una categoria amministrativa. È un senso profondo di appartenenza, un intreccio di storie, di presenze silenziose, di gesti che spesso sfuggono alla cronaca ma lasciano segni duraturi.
Macerata, con le sue pietre antiche, i suoi silenzi carichi di memoria e le sue piazze piene di simboli, è da sempre città di incontri. Incontri tra generazioni, tra linguaggi, tra vocazioni diverse. Qui il passato non è mai davvero passato: continua a parlare, a domandare, a suggerire direzioni. E lo fa anche quando sembra che nessuno ascolti.
In questi mesi così intensi per la vita pubblica, viene spontaneo interrogarsi su quale ruolo possa assumere oggi chi vive la città non solo come spettatore, ma come parte attiva, come coscienza vigile. Non per cercare consenso, ma per custodire un senso. Un senso che a volte si rivela proprio là dove meno ce lo si aspetta: in una parola sussurrata, in uno sguardo che accoglie, in una mano che sostiene.
Ci sono presenze nella nostra città che operano senza clamore, lontano dai riflettori. Realtà che non inseguono visibilità ma seminano per vocazione, giorno dopo giorno, ascolto, accompagnamento, orientamento. Forme di presenza discrete ma fondamentali. Luoghi dove la dimensione umana viene ancora prima di quella funzionale. Spazi in cui si entra in punta di piedi e si esce con il cuore un po’ più pieno.
Forse oggi Macerata ha bisogno proprio di questo: di riscoprire il valore di ciò che non fa rumore. Di ciò che accompagna, che protegge, che indica la strada senza imporsi. E ha bisogno anche di chi, con rispetto e spirito di servizio, prova a leggere i segni del tempo e ad aprire nuovi varchi di dialogo, magari dove prima c’erano solo muri.
La rigenerazione della città – sociale, culturale, spirituale – non può avvenire solo con progetti, bilanci o piani strategici, pur fondamentali. Serve però anche un’anima. E quell’anima, in fondo, abita nei luoghi che sanno farsi casa. Che siano una scuola, un’associazione, un’istituzione … non importa. Conta che siano luoghi vivi, capaci di generare senso.
Senza pretese e senza proclami, forse è tempo per tutti di continuare a camminare insieme. Di rimettere al centro la parola “comunità” non come etichetta, ma come impegno. E se ci sono realtà, persone o istituzioni che da sempre custodiscono quel filo sottile tra storia, valori e futuro… allora vale la pena ascoltarle. O semplicemente, farsi trovare pronti a costruire, quando il momento arriverà.
“La pace può essere soltanto il frutto di un cambiamento spirituale, che inizia nel cuore di ogni essere umano e che si diffonde attraverso le comunità. La prima di queste comunità è la famiglia.” Papa Giovanni Paolo II
di Andrea Blarasin
L’episodio che ha coinvolto la giovane dottoressa Martina Medei a Passo di Treia, presa di mira con un foglio di insulti affisso sul cartello dei suoi orari di ambulatorio, è purtroppo il segnale di un clima che non può essere sottovalutato. Un gesto grave, che ferisce la dignità non solo di chi ogni giorno si mette a disposizione dei pazienti, ma dell’intero mondo sanitario.
A lei, come a tutti i professionisti della salute, va la solidarietà di chi riconosce il valore di un lavoro svolto in condizioni spesso difficili, tra carichi eccessivi, turni infiniti e risorse non sempre adeguate. È inaccettabile che, oltre a queste fatiche, i medici debbano subire anche aggressioni verbali, qualche volta anche fisiche, o insulti gratuiti da parte di chi dovrebbe invece avere gratitudine e rispetto.
La verità è che la sanità e il sociale rappresentano un settore fragile e cruciale insieme, una colonna portante della nostra comunità che merita di essere sostenuta con forza. Episodi come quello di Treia devono spingere tutti – cittadini, istituzioni e politica – a un’assunzione di responsabilità collettiva.
La Regione Marche, in questi anni, ha dimostrato attenzione con investimenti e riforme mirate a rafforzare la rete dei servizi e a garantire una maggiore presenza sul territorio.
È un impegno che deve proseguire e intensificarsi, ma che può essere efficace soltanto se accompagnato dalla collaborazione dei professionisti e dal sostegno delle comunità locali.
Investire nella sanità significa investire nel futuro. Significa rafforzare gli organici, migliorare le strutture, ma anche restituire serenità a chi indossa il camice.
Non è un compito che può essere lasciato sulle spalle di pochi: riguarda l’intera comunità, perché senza un sistema sanitario sostenuto e rispettato si incrina la qualità della vita di tutti.
Il rispetto verso chi si prende cura di noi non è un atto dovuto, è la condizione minima per continuare a credere in una sanità vicina alle persone, umana e sostenibile.
di Andrea Blarasin
Macerata – In riferimento alle critiche pubblicate oggi sulla stampa locale, è doveroso riportare il dibattito su un piano oggettivo e costruttivo. I Consigli di Quartiere rappresentano una novità importante nel panorama amministrativo della nostra città dopo la soppressione dei Consigli di Circoscrizione nel 2010. Parlare di “fallimento” – come fanno Bianchini e Miliozzi – è strumentale e profondamente ingiusto soprattutto nei confronti di oltre 100 cittadini che, in questi mesi, hanno deciso di mettersi a disposizione della comunità, dedicando tempo e passione per portare le istanze dei quartieri all’attenzione dell’Amministrazione.
Come ogni nuova esperienza di partecipazione civica, anche i Consigli di Quartiere stanno attraversando una fase iniziale di costruzione e consolidamento: un percorso che necessita di ascolto, aggiustamenti e confronto continuo. È proprio in questo contesto che si stanno sviluppando discussioni vive e utili, capaci di restituire voce e centralità ai territori.
Chi davvero ha a cuore il bene dei cittadini, invece di limitarsi a criticare sui giornali in cerca di visibilità, può – e dovrebbe – utilizzare questi strumenti per proporre soluzioni, modifiche e miglioramenti. I Consigli sono aperti a tutti: chi vuole contribuire, ha l’occasione concreta per farlo.
Nel prosieguo di questa consiliatura, è nostra intenzione introdurre l’elezione diretta dei Consigli di Quartiere, per rafforzarne il ruolo e il radicamento nella comunità. Riteniamo infatti che la partecipazione sia autentica quando nasce dal basso, in modo libero e trasparente. Per questo continueremo a sostenere e migliorare questi strumenti, certi che rappresentino un’occasione preziosa per costruire una città più coesa, consapevole e protagonista del proprio futuro.
di Andrea Blarasin
Non mi definisco un esperto di calcio e ammetto che negli ultimi anni ho seguito il pallone solo quando la Nazionale scendeva in campo per gli Europei o i Mondiali. Ma forse proprio per questo, quando sento parlare di Azzurri, non riesco a restare indifferente: in quelle maglie c’è un pezzo della nostra identità, del nostro orgoglio collettivo.
La nomina di Gennaro Gattuso come nuovo Commissario Tecnico della Nazionale italiana rappresenta più di un cambio di guida tecnica. È un tentativo, forse l’ultimo, di ricucire un legame emotivo tra gli Azzurri e milioni di tifosi che hanno smesso di crederci.
Gattuso è un uomo di campo, non di salotti televisivi. È uno che ha sudato quella maglia, che ha vinto un Mondiale con le unghie e con il cuore, e che ha sempre fatto della grinta, della praticità e del senso di sacrificio il suo marchio di fabbrica.
In un’epoca in cui si parla di possesso palla, algoritmi tattici e costruzione dal basso, forse avevamo bisogno proprio di questo: di tornare alle basi. Alla fatica. All’umiltà. All’identità.
Non so se l’Italia tornerà a vincere nel breve termine. Ma se c’è un allenatore capace di rimettere in piedi un gruppo, di fare piazza pulita di alibi e di restituire alla Nazionale un’anima, è proprio lui.
Gattuso probabilmente non farà miracoli, ma porterà sudore, identità e orgoglio. E magari, da lì, torneremo a sognare.
di Andrea Blarasin
Breve dialogo immaginario tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin nel presente
Un giardino spoglio sulle alture che dominano Gerusalemme. Il tempo è immobile. Yasser Arafat, vestito con la sua kefiah, cammina lentamente. Yitzhak Rabin lo raggiunge. Entrambi portano sul volto le cicatrici di una pace mai nata.
Yitzhak Rabin: Yasser… siamo di nuovo qui. Ma tutto sembra fermo, o forse peggiorato.
Yasser Arafat: Sì, Yitzhak. Le intese di Oslo erano una speranza, ma oggi le bombe parlano più forte delle parole.
Rabin: Quando ti ho stretto la mano, sotto gli occhi del mondo, credevo davvero che il processo fosse irreversibile. Pace per terra, sicurezza per Israele, Stato per i palestinesi.
Arafat: E io ci ho creduto con te. Ma i nostri popoli sono stati traditi. La fiducia è stata erosa dalle paure, dalle fazioni estreme, e da chi ha investito sulla guerra.
Rabin: Oggi Gaza è un campo di battaglia permanente. Hamas, che all’epoca era ai margini, è diventato protagonista. E l’autorità palestinese è debole. Lo Stato palestinese? Ancora una promessa non mantenuta.
Arafat: Israele continua a costruire colonie. E i palestinesi vivono tra checkpoint e raid. La rabbia cresce nei campi profughi e nei vicoli delle città. Ogni generazione nasce più sfiduciata della precedente.
Rabin: E la politica, oggi, è prigioniera dei titoli e della propaganda. Nessuno è disposto a pagare il prezzo della pace. Troppi parlano di sicurezza, pochi di coesistenza.
Arafat: Eppure la pace non è mai stata una debolezza. È coraggio. Tu lo sapevi. Lo hai pagato con la vita.
Rabin: E tu con la solitudine. E con l’incomprensione. Ma non possiamo arrenderci all’idea che questo conflitto sia eterno. Qualcuno dovrà trovare il coraggio di ricominciare, anche quando sembrerà inutile.
Arafat: Allora parliamo ancora, anche da qui. Forse, prima o poi, qualcuno ci ascolterà.
Il sole cala su Gerusalemme. Le ombre dei due uomini restano sospese tra le pietre e le speranze, come un’eco del possibile.
di Andrea Blarasin
Se il Pd di Macerata con il consigliere regionale Romano Carancini dice che la Regione vede solo Civitanova e il Pd di Civitanova con l’ex assessore regionale Giulio Silenzi espone la tesi esattamente contraria, vale a dire che i “soldi veri” ci sarebbero solo per l’ospedale di Macerata, allora significa che la Regione Marche sta lavorando bene ed in modo equo e prosegue nell’obiettivo di dare centralità al territorio, di rispondere alle esigenze di tutta la popolazione.
Il nostro obiettivo dichiarato, nella campagna elettorale del 2020 che abbiamo vinto, era quello di realizzare una sanità diffusa sul territorio in modo da garantire servizi e prestazioni più vicini ai cittadini. Obiettivo che si sta realizzando con una lunga serie di interventi, di atti, di opere in corso che coinvolgono le strutture ospedaliere ma appunto anche i territori con le Case della Salute, gli ospedali di Comunità, la telemedicina, le farmacie dei servizi.
Per la prima volta, partendo dal bisogno di salute della popolazione, stiamo portando i servizi sul territorio, raggiungendo anche le zone più disagiate della provincia. Lo stiamo facendo con un modello organizzativo innovativo.
Dopo decenni di errori a cura del centrosinistra, dopo i tagli alla sanità operati dai governi di centrosinistra, per la prima volta con il governo Meloni c’è stata una inversione di tendenza che, per le Marche, si è esplicitata in maggiori finanziamenti destinati alla sanità e al territorio.
Le nuove Ast sono state pensate e organizzate su scala provinciale esattamente per dare servizi capillari a tutta la provincia, a Macerata, a Civitanova come a tutto l’entroterra senza lasciare indietro nessuno. I campanilismi li lasciamo a chi (il PD) preferisce alimentare polemiche ed è incapace perfino di avere una linea comune tra Macerata e Civitanova e a chi (sempre il PD), nel dubbio, è riuscito a smentirsi da solo. La Regione Marche, con il Presidente Acquaroli, prosegue invece con coerenza nel portare la sanità nei territori, attraverso un modello innovativo, più vicino ai cittadini e più equo.
di Andrea Blarasin
Nella penombra vellutata di una biblioteca antica, dove l’odore della carta si mescola al silenzio solenne del tempo, due figure emergono tra scaffali colmi di tomi consumati: Vilfredo Pareto e Antonio Labriola. I loro occhi brillano, non per la luce tremolante delle lampade, ma per il fuoco di un’idea che da sempre li divide.
Pareto, accarezzandosi la barba con un gesto lento e pensieroso, lascia affiorare un sorriso ironico.
— Ah, caro Antonio… ancora convinto che lo Stato possa domare la tempesta dell’economia? Trump alza muri di dazi, Putin brandisce il nazionalismo come scudo… ma sono illusioni. Tentativi vani di trattenere il vento con le mani. Il mercato — aggiunge, con voce calma ma tagliente — vive, respira, si autoregola. Lo fa meglio di qualsiasi burocrate.
Labriola solleva appena un sopracciglio, come chi ha già sentito mille volte lo stesso ritornello ma non ha perso il gusto del confronto.
— Vilfredo, il tuo mercato è una foresta senza sentieri. In essa sopravvive solo chi ha artigli affilati. Quello che Trump e Putin cercano di fare è restituire dignità ai popoli, proteggere gli ultimi da una globalizzazione che divora e disgrega. Il libero mercato non conosce giustizia. Conosce solo profitto.
Pareto si sposta accanto a una scrivania coperta di carte, poggia una mano sul legno levigato.
— Dignità? Protezione? Lo Stato che tu veneri finisce per strangolare il respiro dell’iniziativa. I dazi sono catene per l’impresa. Il protezionismo? Un bozzolo che imprigiona. La storia ci insegna che ogni ingerenza statale è zavorra. Lascia che il mercato fluisca, e troverà — da sé — il proprio equilibrio.
Labriola si alza, l’ombra lunga disegnata dal lume si allunga sulle pareti.
— Equilibrio? Illusione! Il mercato ignora l’uomo. Ne ignora il dolore, la fatica, la fragilità. L’intervento statale non è un freno: è l’unico argine al caos. Trump protegge i suoi operai, Putin difende la sovranità. Senza una mano forte, le nazioni diventano prede. Il futuro è dello Stato, e tu, Vilfredo, non puoi più ignorarlo.
Pareto lo guarda, il sorriso più enigmatico di prima. Una pagina si gira da sola, mossa da un soffio d’aria che arriva da chissà dove.
— Forse. Ma l’uomo cerca la libertà più dell’ordine. E la storia, prima o poi, ridimensiona ogni statalismo. Trump e Putin stanno sfidando le maree. Ma il tempo… il tempo parlerà per me.
Nel silenzio che cala, fitto e denso, i due restano lì, immobili, come statue di idee contrastanti, entrambi convinti della loro visione, entrambi incapaci di persuadersi l’un l’altro. Ma le loro parole, come echi di un dibattito eterno, continueranno a risuonare nel tempo, sfidando il destino di economie e nazioni.
di Andrea Blarasin
Il panorama globale sta vivendo una trasformazione epocale, guidata da politiche protezionistiche e tensioni geopolitiche. I dazi imposti da Donald Trump, che colpiscono partner storici come Canada e Europa, rappresentano un ritorno al protezionismo. Questi dazi mirano a ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti e a riportare la produzione industriale sul suolo americano, ma stanno generando una instabilità economica globale. Parallelamente, Vladimir Putin promuove un nuovo ordine mondiale basato sulla multipolarità e sulla sovranità nazionale, sfidando l’egemonia occidentale e consolidando alleanze strategiche con Cina e India, per bilanciare e contrastare l’influenza e l’interventismo degli Stati Uniti e dell’Europa.
Questa convergenza di politiche protezionistiche può volgere verso una accelerazione allo smantellamento della globalizzazione, un processo che ha dominato l’economia mondiale negli ultimi decenni. La globalizzazione, pur avendo favorito la crescita economica e l’interconnessione tra i paesi, ha mostrato anche i suoi limiti, sacrificando comunità, lavoro e identità sull’altare del profitto. Le crescenti disuguaglianze sociali e l’erosione della sovranità economica si sono trasformate in questioni centrali, alimentando il malcontento e la ricerca di alternative.
In questo scenario in evoluzione, si avverte la necessità di delineare una “terza via” capace di andare oltre l’atavica contrapposizione tra Stato e Mercato e trasfonderla in dualità dove le due forze convivano in equilibrio al servizio del bene comune. La “via sociale” propone un sistema che metta al centro le persone, le comunità e la sovranità economica, costruendo un modello inclusivo basato su giustizia sociale, sostenibilità ambientale e partecipazione democratica. Questo approccio non è un’utopia, ma una risposta concreta alle sfide del XXI secolo. La politica industriale deve tornare protagonista, con investimenti strategici e un’attenzione particolare al lavoro stabile e dignitoso e ad una gestione consapevole delle risorse naturali con sempre al centro l’uomo.
La visione di Trump e Putin, pur divergendo nei dettagli e negli interessi particolari, converge su un punto: il ritorno alla sovranità nazionale come risposta alle fragilità della globalizzazione e del liberismo senza regole. Tuttavia, il protezionismo da solo non può risolvere i problemi strutturali dell’economia mondiale, anzi rischia esso stesso di aggravarli. La “via sociale” offre una prospettiva più equilibrata, capace di unire progresso e solidarietà, ridando speranza e dignità ai cittadini e costruendo una società più giusta e coesa.




















