di Andrea Blarasin

Il 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia, veniva ritrovato il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini. Cinquant’anni dopo, la sua morte resta un enigma. Ma forse la vera domanda non è chi lo ha ucciso.
È: perché lo abbiamo lasciato solo?

Pasolini fu assassinato brutalmente: percosso, travolto dalla sua stessa auto, abbandonato in una notte di fango e silenzio. Giuseppe “Pino” Pelosi, un ragazzo di 17 anni, si dichiarò colpevole. Ma nel 2005 ritrattò: “Non sono stato io. Erano in tre. Mi dissero di stare zitto.” Da allora, l’ipotesi dell’omicidio politico non ha mai smesso di aleggiare.

Il suo corpo raccontava una storia diversa da quella processuale: segni di violenza multipla, ferite incompatibili con un solo aggressore. Un’esecuzione? Una punizione? Un messaggio?

Pasolini stava scrivendo Petrolio, un romanzo incompiuto e visionario. Un testo che mescolava sesso, potere, ENI, politica, religione. Un’opera che, secondo alcuni, conteneva rivelazioni troppo scomode per essere pubblicatePetrolio è ancora oggi un libro che brucia tra le mani, un labirinto di verità e finzione che inquieta chiunque lo legga.

Con film come AccattoneMamma RomaIl Vangelo secondo Matteo e Salò o le 120 giornate di Sodoma, Pasolini ha riscritto il linguaggio del cinema. Ha dato voce agli ultimi, ha sacralizzato i corpi, ha denunciato la violenza del potere. Salò, il suo ultimo film, è ancora oggi uno dei più censurati e discussi della storia del cinema.

Pasolini fu un intellettuale scomodo. Denunciava l’omologazione culturale, il consumismo come nuova forma di fascismo, la televisione come strumento di controllo. Scriveva articoli che erano pugni nello stomaco, raccolti in Scritti corsari e Lettere luterane. Odiava la sinistra che aveva smesso di essere popolare, la scuola che non educava, la modernità che distruggeva le culture contadine.

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede.” — Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Oggi Pasolini è celebrato, citato, incorniciato. Ma chi ha davvero il coraggio di leggerlo? Di affrontare le sue domande? Di guardare in faccia il potere, il conformismo, la violenza che ci attraversa?

Pasolini non è un santino. È una bomba inesplosa. È la voce che ci dice ciò che non vogliamo sentire. È il poeta che sapeva troppo. E che per questo è stato lasciato solo.

Cinquant’anni dopo, Pasolini non riposa in pace. Perché la sua voce continua a disturbare. E noi continuiamo a non volerla ascoltare.

Pier Paolo Pasolini
Immagine creata da AI

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