di Andrea Blarasin
Breve dialogo immaginario tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin nel presente
Un giardino spoglio sulle alture che dominano Gerusalemme. Il tempo è immobile. Yasser Arafat, vestito con la sua kefiah, cammina lentamente. Yitzhak Rabin lo raggiunge. Entrambi portano sul volto le cicatrici di una pace mai nata.
Yitzhak Rabin: Yasser… siamo di nuovo qui. Ma tutto sembra fermo, o forse peggiorato.
Yasser Arafat: Sì, Yitzhak. Le intese di Oslo erano una speranza, ma oggi le bombe parlano più forte delle parole.
Rabin: Quando ti ho stretto la mano, sotto gli occhi del mondo, credevo davvero che il processo fosse irreversibile. Pace per terra, sicurezza per Israele, Stato per i palestinesi.
Arafat: E io ci ho creduto con te. Ma i nostri popoli sono stati traditi. La fiducia è stata erosa dalle paure, dalle fazioni estreme, e da chi ha investito sulla guerra.
Rabin: Oggi Gaza è un campo di battaglia permanente. Hamas, che all’epoca era ai margini, è diventato protagonista. E l’autorità palestinese è debole. Lo Stato palestinese? Ancora una promessa non mantenuta.
Arafat: Israele continua a costruire colonie. E i palestinesi vivono tra checkpoint e raid. La rabbia cresce nei campi profughi e nei vicoli delle città. Ogni generazione nasce più sfiduciata della precedente.
Rabin: E la politica, oggi, è prigioniera dei titoli e della propaganda. Nessuno è disposto a pagare il prezzo della pace. Troppi parlano di sicurezza, pochi di coesistenza.
Arafat: Eppure la pace non è mai stata una debolezza. È coraggio. Tu lo sapevi. Lo hai pagato con la vita.
Rabin: E tu con la solitudine. E con l’incomprensione. Ma non possiamo arrenderci all’idea che questo conflitto sia eterno. Qualcuno dovrà trovare il coraggio di ricominciare, anche quando sembrerà inutile.
Arafat: Allora parliamo ancora, anche da qui. Forse, prima o poi, qualcuno ci ascolterà.
Il sole cala su Gerusalemme. Le ombre dei due uomini restano sospese tra le pietre e le speranze, come un’eco del possibile.




