di Andrea Blarasin
Ci sono notizie che gelano il sangue e che non possono essere archiviate come semplici “curiosità giudiziarie”. L’indagine aperta dalla Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” italiani che, tra il 1992 e il 1996, avrebbero partecipato a un macabro turismo dell’orrore in Bosnia, è una di queste.
Secondo le testimonianze raccolte, uomini benestanti del Nord Italia – insieme ad altri stranieri – avrebbero pagato cifre enormi per recarsi a Sarajevo e sparare sui civili inermi. Un vero e proprio safari della morte, con un tariffario agghiacciante: i bambini “più cari”, gli anziani “gratis”.
Una contabilità agghiacciante che, se confermata, rappresenterebbe la putrefazione morale di chi ha scelto di comprare il diritto di uccidere civili inermi.
Non sarebbero turisti, non curiosi, non avventurieri. Sarebbero i peggiori criminali. E come tali dovrebbero essere ricordati, giudicati, condannati. Non ci sarebbe prescrizione, non ci sarebbe oblio, non ci sarebbe attenuante che possa lavare via un simile abisso di disumanità.
Se l’inchiesta confermasse queste atrocità, l’Italia – trent’anni dopo quei fatti – dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia questa vergogna. Non basterebbe indignarsi: bisognerebbe gridare che questi individui avrebbero tradito ogni valore umano, infangato il nome del nostro Paese e calpestato la memoria delle oltre 11.000 vittime di Sarajevo.
Sembra un incubo, ma se tutto ciò fosse vero, chi avrebbe pagato per uccidere civili innocenti tra il 1992 e il 1996 rappresenterebbe il simbolo della decomposizione morale. Non ci sarebbe perdono, non ci sarebbe attenuante, non ci sarebbe silenzio che possa coprire questa mostruosità. La giustizia dovrebbe parlare oggi, nel 2025, e la memoria urlare. Perché l’orrore non si compra, la dignità non si baratta, la vergogna non si cancella.




