di Andrea Blarasin

Non mi definisco un esperto di calcio e ammetto che negli ultimi anni ho seguito il pallone solo quando la Nazionale scendeva in campo per gli Europei o i Mondiali. Ma forse proprio per questo, quando sento parlare di Azzurri, non riesco a restare indifferente: in quelle maglie c’è un pezzo della nostra identità, del nostro orgoglio collettivo.

La nomina di Gennaro Gattuso come nuovo Commissario Tecnico della Nazionale italiana rappresenta più di un cambio di guida tecnica. È un tentativo, forse l’ultimo, di ricucire un legame emotivo tra gli Azzurri e milioni di tifosi che hanno smesso di crederci.

Gattuso è un uomo di campo, non di salotti televisivi. È uno che ha sudato quella maglia, che ha vinto un Mondiale con le unghie e con il cuore, e che ha sempre fatto della grinta, della praticità e del senso di sacrificio il suo marchio di fabbrica.

In un’epoca in cui si parla di possesso palla, algoritmi tattici e costruzione dal basso, forse avevamo bisogno proprio di questo: di tornare alle basi. Alla fatica. All’umiltà. All’identità.

Non so se l’Italia tornerà a vincere nel breve termine. Ma se c’è un allenatore capace di rimettere in piedi un gruppo, di fare piazza pulita di alibi e di restituire alla Nazionale un’anima, è proprio lui.

Gattuso probabilmente non farà miracoli, ma porterà sudore, identità e orgoglio. E magari, da lì, torneremo a sognare.

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