-Berlusconi s’è battuto molto per far cader l’attuale governo, tuttavia il dato che emerge, è che per contro non si sia mosso per costruire un’alternativa di programma e d’intenti da contrapporre al centrosinistra. Il dilemma è il seguente: allo stato attuale, se si tornasse al voto, il centrodestra sarebbe pronto per governare?
Innanzitutto bisogna avere consapevolezza di quel che sta accadendo nel centrodestra. Il punto di divisione nel centrodestra parte dall’analisi sul Governo Berlusconi e sulle cause della sconfitta elettorale delle politiche del 2006. Berlusconi è convinto che siano stati gli alleati, in particolar modo l’Udc ma anche Alleanza Nazionale, a legargli le mani durante l’esperienza di Governo e che -proprio questi due partiti- non gli abbiano permesso di realizzare il suo programma. Per questo dopo la sconfitta del 2006, Berlusconi non ha attuato né una revisione critica dell’operato del suo governo, né ha lanciato un lavoro di elaborazione sui contenuti per avviare una nuova esperienza, ma al contrario si è impegnato ad una strategia di “marcamento” rispetto agli alleati. Per noi le insufficienze del Governo del 2001 sono responsabilità di tutti, e derivano da una carenza programmatica soprattutto rispetto alle nuove sfide della globalizzazione. Noi riteniamo che per evitare di dare vita ad una nuova esperienza di Governo non perfettamente soddisfacente, sia necessario partire dai contenuti per costruire l’unità centrodestra.
-Il centrosinistra ha dato vita al Partito Democratico, riuscendo mediaticamente a mantenere alta l’attenzione su di sé. Anche Berlusconi ha cercato di dar vita ad un partito unitario, senza però riuscirci. Lei, come se lo immagina il “nuovo centrodestra”?
Prima di pensare al centrodestra bisogna pensare alla destra, perché troppo spesso abbiamo ragionato per tutta la coalizione senza concentrarci sul nostro ruolo all’interno di essa, rischiando così -dando segnali confusi- di perdere la nostra identità. Il dato qualificante del centrodestra è la destra, non il centro. Proprio da destra -come è accaduto in Francia- può partire un messaggio nuovo che può riguardare tutto il Paese. Il centrodestra attuale non deve assomigliare né al pentapartito della Prima Repubblica né inseguire utopie ideologiche come il “partito liberale di massa”. Il centrodestra dev’essere la sintesi di due valori fondamentali: la libertà e l’identità. Servono questi due pilastri programmatici per affrontare la globalizzazione ed evitare il “declino” dell’Italia. Nel 2001 dopo le elezioni politiche sono accaduti dei fatti cruciali come il crollo delle torri gemelle, il pericolo del fondamentalismo, la crescente frattura fra Nord e Sud del pianeta, la globalizzazione finanziaria e la crescita della Cina. Tutti questi fatti hanno dimostrato che non bastano da sole libertà e mercato, ma serve anche l’identità dei popoli e il rilancio della loro dimensione sociale.
-Il centrodestra però, è venuto da un periodo di grande fibrillazione. Nel momento in cui serviva maggior coesione, c’è stato uno sfaldamento che però è anche servito a rimischiare le carte. In questo nuovo scenario, anche il ruolo di An è cambiato: più autonomia ma soprattutto maggiori responsabilità…
Non c’è dubbio. Abbiamo commesso l’errore in passato di pensare troppo al partito unico di centrodestra senza pensare a noi, al nostro partito e al ruolo della destra politica e culturale. È stata trascurata così la parte organizzativa del partito e la declinazione coerente in termini programmatici dei nostri valori. Abbiamo rischiato di perdere la nostra anima, il che non significa che oggi per rimediare la via sia quella di chiuderci in noi stessi. Dobbiamo al contrario aprirci ed aggregare, con una maggior forza di comunicazione e di incisione politica, partendo dalla nostra identità. Oggi più che mai si vince affermando la nostra identità, non cancella
