Il 28 settembre ultimo scorso il Consiglio superiore della Banca d’Italia ha approvato il piano di ristrutturazione
della Banca d’Italia, che prevede la chiusura di 33 filiali (nelle Marche solo Macerata) e il ridimensionamento di
altre 25. Le funzioni di vigilanza spariranno da 78 province.

 

Da notare che il Consiglio superiore è composto dagli eletti nelle assemblee dei partecipanti al capitale della Banca
d’Italia, cioè dalle grandi banche commerciali. Quindi vigilantes e vigilati decidono insieme le regole.

 

Gli stabili delle filiali chiuse, palazzi storici nei centri cittadini, sembra verranno venduti. Il loro valore è
immenso, solo Macerata vale circa 50 milioni di euro. A chi andrà tanto denaro?

 

La riforma, accreditata da vari giornali e politici come “riorganizzazione naturale” (espressione che tra l’altro è un
nonsenso) produrrà, direttamente e indirettamente, piccoli e grandi disastri che torneranno agli onori di quella
cronaca che va sotto il nome di criminalità finanziaria, la quale accompagna questo paese ad intervalli regolari:
Banca Popolare di Lodi, Cirio, Parmalat e Bond Argentini. Conserviamo il ricordo di tali commenti positivi fino ai
prossimi “furbetti del quartierino”, quando gli stessi opinionisti autorevoli si chiederanno: “Ma la Banca d’Italia
dov’era?”.

 

Dopo aver richiamato nell’ordine del giorno sia i servizi gratuiti che la tutela dei diritti dei cittadini, che la
Banca d’Italia esercitava in provincia, direttamente o indirettamente, vorrei ora sottolineare alcuni passaggi
legislativi che la suddetta riforma ha completamente bypassato.