(di
Marcello de Angelis
) – Area è da anni impegnata nella ricerca della verità sulla strage di Bologna: il più grave attentato che la storia
repubblicana ricordi.
Un dato è ormai acquisito e – dopo il dossier da noi pubblicato in gennaio in relazione al presunto coinvolgimento di
Luigi Ciavardini – decisamente incortrovertibile: la destra non c’entra.
L’unica verità processuale assodata è che ci sono stati dei depistaggi ad opera degli apparati dello Stato per
indirizzare – reiteratamente – le indagini verso la destra: i responsabili di questi depistaggi sono stati
identificati e condannati. Le false prove e i documenti prefabbricati per i depistaggi tendevano però proprio a
dimostrare il coinvolgimento delle persone attualmente condannate! Com’è dunque possibile? Un depistaggio serve ad
allontanare il più possibile le investigazioni dai veri colpevoli, non il contrario.
Questa è solo una delle assolute contraddizioni sulle quali si è pensato di archiviare il processo per la strage: il
depistaggio c’è stato; portava all’incriminazione di Mambro e Fioravanti e poi – con dichiarazioni pilotate di Angelo
Izzo (si, proprio il galantuomo recentemente ritornato dietro le sbarre dopo aver reiterato una strage a sfondo
sessuale!) – di Luigi Ciavardini; il tribunale – nella totale assenza di qualsiasi altra prova – ha comunque,
ripetutamente, confermato la condanna delle vittime del depistaggio…
A 25 anni dal massacro, nessuno può fare più finta di niente. Bisogna domandarsi il perché, per un quarto di secolo,
malgrado la progressiva ma inevitabile certezza dell’innocenza dei condannati, si sia continuato di concerto a
rinviare l’ammissione della infondatezza della “pista nera” e, quindi, la ripresa delle indagini verso altre
direzioni.
Fa tutto parte del depistaggio: far passare così tanto tempo dall’accaduto, forzando gli inquirenti a voltare le
spalle alla verità e guardare dall’altra parte, da far sì che le prove finiscano seppellite o cancellate.
E invece sono ancora tutte lì, ed era ora che qualcuno le recuperasse, gli desse una spolverata e le rimettesse in
ordine in un racconto coerente e ricco di riscontri e conferme.
Sissignori, c’era un’altra pista ed è ancora percorribile.
Il 7 novembre del 1979 un gruppo di estrema sinistra venne arrestato al porto di Ortona (Chieti), mentre
contrabbandava in Italia dei letali lanciamissili di fabbricazione sovietica. Dopo una settimana veniva catturato per
lo stesso reasto, il rappresentante in Italia della frangia marxista-leninista dell’Olp, a Bologna, dove risiedeva e
operava. Fin dal ’75 l’uomo era coperto e protetto dai servizi militari italiani. A dicembre i servizi assicurano al
presidente del consiglio Cossiga che i palestinesi non c’entravano nulla, ma ci pensa Habbash, capo dei marxisti
palestinesi a inviare agli italiani una lettera che rivendica la proprietà delle armi al suo gruppo e ingiunge
l’immediata restituzione del materiale e la scarcerazione del suo ufficiale di collegamento. Il giordano è anche il
responsabile della logistica del terrorista internazionale Carlos, che aveva una base proprio a Bologna. Le trattative
per la liberazione del giordano durano a lungo senza esito. L’8 marzo 1980, sempre da Bologna, vengono trasmessi al
ministero dell’Interno avvertimenti di possibili ritorsioni contro il nostro Paese. L’11 luglio 1980 il direttore
dell’Ucigos scrive al direttore del Sisde che il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina sta per
intraprendere tali azioni di ritorsione. Il 2 agosto esplode la bomba alla stazione di Bologna. Il 19 settembre una
giornalista italiana, che risulterà lavorare per i nostri servizi, intervista il responsabile dei servizi di sicurezza
dell’Olp che assicura che la strage l’hanno fatta neofascisti italiani addestrati dalla Falange libanese. Il 13
gennaio 1981, alla stazione di Bologna, sul treno Taranto-Milano, viene rinvenuta una valigia contenente esplosivo
uguale
