Mi ricordo “Fantastico” e le lunghissime, imbarazzanti, pause che i critici compiacenti si affrettarono a definire
“silenzi dal profondissimo significato” e che erano invece il segno della confusione mentale di uno che nella vita
avrebbe dovuto limitarsi a cantare, ballare e suonare la chitarra e che invece i tempi e la tv hanno promosso a
profeta come egli stesso si crede.
Perché Celentano dice una cosa e insieme o subito dopo, il suo contrario, senza accorgersene, senza rendersene conto.
Non sa che cosa sia la logica e fa solo una grande confusione trasmettendola ai telespettatori, che se ne stanno lì
estasiati, “bouche beant”. Mi vengono i brividi al pensiero che ieri sera ha probabilmente parlato (dico probabilmente
perché scrivo questo pezzo il pomeriggio di giovedì, prima che si compia l’ “evento” tanto pompato dalla tv pubblica),
nei suoi cosiddetti monologhi, come ci ha informato preventivamente la collega Maria Volpe, di “bambini mutilati dalle
armi chimiche”, “della guerra nucleare”, “dell’inquinamento”, “della guerra del Vietnam”, “di Bush”, “della libertà di
informazione” e (poteva mancare in quest’orgia di demagogia spicciola?) “della fame in Africa”. La strillatrice
televisiva Simona Ventura, sottratta al ricamo e al ferro da stiro, ha dichiarato, non senza compiacimento, che “un
minuto di televisione vale un anno di cinema”. E questo è il punto. Questi personaggi scambiano la potenza del mezzo
che hanno a disposizione con la propria. E poiché la potenza del mezzo è enorme (non per una qualche sua sofisticata
tecnologia, perché “fa vedere”, ma perché è piazzato, a priori, in casa nostra – anche il cinema “fa vedere” ma
bisogna perlomeno uscire e scegliersi un film e comunque non trasmette “in tempo reale”) ecco che i Celentano, le
Ventura, i Bonolis, i Costanzo, i Pupo e compagnia cantante sono coloro che oggi danno le categorie, etiche, morali,
di comportamento, di costume e anche politiche, al grosso pubblico.Un tempo questa funzione era svolta da Aristotele e
da Platone, in seguito dai Padri della Chiesa, poi da San Tommaso d’Aquino e dalla scolastica, nell’età moderna da
Kant, da Hegel, da Schopenauer, da Fichte, da Schelling, da Marx, da Heidegger e, ancora in tempi recenti, da
Benedetto Croce, da Arturo Carlo Jemolo, da Pier Paolo Pasolini, in Italia, da Thomas Mann ed Herman Hesse, in
Germania, da Bertrand Russel in Inghilterra, da Ortega Gasset in Spagna, da Sartre, da Camus, da Merleau-Ponty in
Francia. Adesso c’è Adriano Celentano, il Molleggiato che passati abbondantemente i sessant’anni si dimena come quando
ne aveva diciotto e, mentalmente, è rimasto, a essere indulgenti, a quell’età . Secondo l’informatissima Maria Volpe in
RockPolitik c’è anche una polemica contro il peggio che il piccolo schermo propone di questi tempi, in primis i
reality show che – ci piaccia o no – zittiscono le nostre parole. Bene se i reality riuscissero a zittire le parole di
Adriano Celentano, avrebbero svolto, una volta tanto, una funzione utile. Perché, sbattuto in televisione come
profeta, il peggio del peggio è proprio lui.
Massimo Fini
