Le false premesse del confronto
Alla vigilia dell’assemblea nazionale di Alleanza nazionale, i termini del confronto erano già stati falsati da una
lettura giornalistica totalmente sballata. La notizia più sensazionale era – ovviamente – che dopo dieci anni di
apparente unanimismo, molte voci di dissenso si levavano contro la gestione politica del presidente. La pietra dello
scandalo, o la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso secondo alcuni commentatori, era la posizione assunta da
Fini sui referendum, con quei tre “sì” lanciati con disprezzo contro la massa degli appelli all’astensionismo.
Il fronte dell’astensione era stato un importante punto d’incontro per componenti diverse del partito, che in
precedenza non andavano in sintonia. L’astensione ha, in particolare, compattato l’ala sociale con gli esponenti
cattolici del partito, questi ultimi mai riuniti o confluiti in correnti. Ma sull’astensione erano schierati anche la
maggior parte dei rappresentanti di Destra protagonista di La Russa e Gasparri, nonché la totalità di Azione giovani,
che all’assemblea nazionale ha presentato un documento sui valori condivisi e sulla difesa della vita.
Il politico di An più visibilmente schierato e attivo nel confronto referendario è stato Alemanno, che ha stabilito
anche sinergie fortissime con le associazioni e i comitati della società civile, scesi in campo a favore
dell’astensione. Nella esemplificazione giornalistica – tra sport e costume – Alemanno è “l’anti-Fini” per eccellenza.
A pochi giorni dall’Assemblea comincia a circolare la proposto di istituire, in An, la figura del segretario in
affiancamento alle funzioni del presidente, così da “sgravare” Fini dalla gestione quotidiana del partito pur
mantenendolo nella dignità di leader. Publio Fiori lancia alla stampa la candidatura di Alemanno a questa carica,
candidatura non richiesta dal ministro dell’Agricoltura che replica ai giornalisti che “la questione dell’organigramma
non è all’ordine del giorno” e che non è sua intenzione portare questioni personalistiche o di organigramma nella
discussione assembleare, che deve approfondire invece i problemi relativi alla cultura, ai valori e al programma del
partito.
Va inoltre chiarito che l’assemblea nazionale non è un congresso e le sue funzioni e competenze sono diverse.
L’assemblea è una sorta di parlamento formato da circa cinquecento membri eletti nel congresso precedente e solo in
casi straordinari può fare interventi che modifichino la struttura o lo statuto del partito. La nomina di un
segretario non era nelle sue competenze, quindi porre il problema di chi avrebbe ricoperto quella carica era
inappropriato.
Avvicinandosi la data dell’assemblea, la fregola giornalistica l’ha trasformata di giorno in giorno in un match tra
Fini ed Alemanno per la leadership del partito, dove solo uno dei due, alla fine, sarebbe rimasto in piedi. A nulla
sono valse le quotidiane smentite di Alemanno che ribadiva che le questioni da discutere erano tutt’altre.
La relazione di Fini
Il discorso d’apertura di Fini è stato molto lungo e non necessariamente pieno di contenuti e può essere riassunto in
poche affermazioni: il partito da quando è al governo ha “perso lo smalto” (eufemismo che fa riferimento alla perdita
di più di un milione e mezzo di elettori…); la colpa è tutta del correntismo, una “metastasi” che lui non è più
disposto a tollerare ma che, per sua stessa ammissione, ha sinora utilizzato e favorito; sui referendum lui ha
espresso le sue convinzioni secondo la “libertà di coscienza” che è un suo diritto e ritiene che, comunque, la legge
40 possa essere rimessa in discussione in Parlamento e, eventualmente, modificata; non bisogna essere rigidi
sull’identità del partito, con costanti richiami a tesi e valori sanciti in congressi e conferenze programmatiche
precedenti: l’identità è “dinamica” e, nell’ottica
